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Qui è rimasto tutto com’era
il giorno dell’inaugurazione, il 12 novembre 1942. Passata la prima
porta di metallo a chiusura meccanica e pneumatica, le luci si abbassano
e una musica miagolante denuncia un tentativo parzialmente riuscito di
creare un’atmosfera lugubre e misteriosa. Certamente pericolosa
perché i gradini non sono tutti di misura eguale.
Dal 1935 Samara aveva preso il nome di
Kuybushev (il segretario di Stalin, morto in quell’anno di morte
naturale) ma questa cittadina a 1098 km a sud est di Mosca non offriva
grandi attrazioni se non la confluenza del fiume Samara con il Volga,
un ottima birra prodotta su licenza tedesca e il centro storico abbellito
da un curioso decò indigeno, molto eclettico. Oltre alle istallazioni
militari, capaci di produrre un temibile aereo da combattimento soprannominato
dai nazisti La morte nera.
Il 17 ottobre 1941 la città diventa
la seconda capitale dell’Unione Sovietica. Strategicamente è
imprendibile perché si trova sul lato destro del Volga (largo oltre
un chilometro) e il letto del fiume si ripiega su se stesso rendendo l’invasione
da ovest un suicidio.
Il bunker ha la forma di una psi greca: due braccia laterali che confluiscono in un braccio più grande che scende ancora in profondità. Il percorso si deve fare a piedi. L’ascensore c’è, originale, funzionante, ma temporaneamente guasto. L’aria è tiepida, 19 gradi costanti tutto l’anno, grazie a due condizionatori e due sistemi di ventilazione. Anche questi d’epoca. Lo spazio è studiato per 115 persone, che potrebbero alloggiare in piccole stanze ora occupate da una mostra fotografica. In caso di bombardamento il comitato centrale sarebbe potuto scendere rapidamente e avrebbe potuto continuare a lavorare. “Ma Samara non fu mai bombardata, se non sporadicamente, e Stalin qui non c’è dovuto venire” aggiunge Anatoli, quasi dispiaciuto. A trentasette metri sotto terra entriamo
nella stanza di Stalin, copia perfetta di quella che aveva a Mosca: 35
metri quadrati, 6 porte, un divano, un tavolo da lavoro, un telefono senza
rotella, due ritratti. Da una parte una stampa del generale Kutuzhov che
vinse Napoleone, dall’altra Suvolov che batté i turchi. Delle
6 porte 4 sono finte, disegnate per espresso desiderio del dittatore desideroso
di esercitare una pressione psicologica sui suoi interlocutori. Anatoli
Vasilievich, appoggiato alla scrivania di Stalin, tra il serio e il faceto,
inizia a dare i numeri: 14 era la profondità in metri del bunker
di Churchill a Londra. 16 quella del bunker di Hitler a Berlino e di Roosvelt
in Colorado. 37 quella del bunker di Stalin. La guerra dei metri è
vinta. “Per i 50 anni dalla morte non abbiamo fatto niente di speciale,
però è venuta più gente”. Di fronte alla stanza
di Stalin si apre la sala riunioni del Comitato Centrale: sullo sfondo
la mappa della Russia con le posizioni degli eserciti a novembre 1941;
un lungo tavolo a T; lungo le pareti le postazioni degli stenografi e
dei segretari, rivolti verso il muro; tre grandi ritratti benedicenti
di Marx, Engels e Lenin.
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Pubblicato su Diario
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